October 31st, 2009
Passata una settimana dalla preparazione dello starter del bokashi, siamo al secondo step della guida di Nicola per la produzione casalinga del nostro lactobacillus serum.
L’acqua di risciacquo del riso era diventata molto torbida, con una sottile patina giallastra in superficie e del precipitato marrone chiaro sul fondo. L’ho filtrata attraverso un asciugapiatti di lino pulito e ho semplicemente risciacquato il contenitore in modo da elimiare i depositi senza usare spugne o detersivi. Ho rimesso nel contenitore circa 80 mL di liquido e ho aggiunto circa 800 mL di latte fresco crudo (rapporto 1:10).

Perché il latte crudo? Ieri, per una serie di coincidenze planetare, ad un certo punto mi sono trovata nelle vicinanze di uno di quei distributore di latte che hanno sollevato tanti polveroni qualche mese fa, e ho deciso di provarlo. Un’esperienza a dir poco inquietante: vi dico solo che mentre il latte veniva erogato, il cabinotto muggiva!
Dal punto di vista del bokashi, sono consapevole che aver usato latte non pastorizzato potrebbe portare la coltura a diventare una vera e propria bomba batteriologica mutante – il tutto dentro il mio povero forno. Teoricamente questo potrebbe essere un bene – più batteri, più fermenti, maggiori chances di avere un risultato finale accettabile – oppure un male, nel caso in cui l’eccessiva virulenza del latte crudo fosse d’intralcio alla formazione dei batteri utili per il bokashi. Resto in attesa dell’eventuale cazziatone di Nicola ;)
Tags: bokashi, compost, compostaggio, fermentazione
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October 27th, 2009
Ok. Fragole. Quest’anno il raccolto è stato disastroso: per tre bustine di semi comprate e piantate, zero fragole mangiate. Colpa della mia inesperienza, della mia pigrizia, e della mia proverbiale avarizia (si, lo so, avrei potuto comprare direttamente le piantine in vivaio, ma sono così orribilmente costose…!).
Ovviamente sto pensando di riprovare, a partire dalle sementi, e di installarmi una qualche sorta di fragoliera sul balcone. L’opzione più semplice sarebbe quella di seminare in semenzaio e poi trapiantare le piantine in barattoli zincati o classici vasi, ma se non mi complico la vita non son contenta – quindi lasciamo i vasi come ultima spiaggia.
In attesa di definire il Piano Definitivo Pro Indigestione Di Fragole, al momento sono mesmerizzata dall’idea di costruire qualcosa tipo questo:

visto che non dispongo di un simile portascarpe, pensavo di ‘cucirmi’ il supporto su misura, magari usando dei fogli di plastica ricavati dallo stiraggio di ex borse della spesa (una tecnica vista un paio di anni fa in un podcast di Make Magazine e che non sono ancora riuscita a provare), creando quindi tante ‘tasche’ per tante piantine.
Al di la della possibile tossicità del mix (Luigi?) in realtà non ho la minima idea di dove potrei piazzarlo, visto che il terrazzino è il prolungamento di un abbaino e non ci sono muri intorno di un’altezza utile… Bisognerà inventarsi qualcosa! Suggerimenti?
Tags: diy, fragole
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October 23rd, 2009

Sono entrata nel trip della fermentazione: l’avere a che fare con la chimica di ‘un certo livello’ ha portato agli estremi una curiosità che già da anni mi solleticava. Ad esempio, sto sperimentando su me stessa quanto una integrazione quasi quotidiana di miso alla mia alimentazione abbia effetti benefici superiori ad un bagno in una vasca di yakult; sto studiando quanto disponibile in rete per essere pronta ad iniziare, fra un paio di settimane, una produzione di idromele da far invidia ai nerboruti tenutari dello stand al capodanno celtico di Milano (che, a proposito, è questo week end); mi dedico alla produzione, un po’ fuori stagione, di pickled tofu; e così via.
Quando poi ieri ho scoperto che la tecnica di compostaggio promessa da Nicola in un commento di qualche post fa è nientepopodimeno che una vera e propria fermentazione degli scarti alimentari, beh, mi sono sentita baciata in fronte dal Destino stesso :)
Nel suo post, Nicola spiega una procedura passo-passo per farsi in casa il bokashi: un compost casalingo dall’allure giapponese, garantito inodore, a costo praticamente zero e dall’altissimo rendimento.
Là fuori esiste chi commercializza starter già pronti e vende appositi bidoni. Peccato che Costino. E il primo (e unico) comandamento che mi sta guidando sulla via dell’autarchica autoproduzione è proprio il Non Comprarlo, Che Costa. Per cui fidiamoci ciecamente di Nicola, e seguiamo il suo procedimento.
Step 1
Aprire la dispensa. Fra le n+1 confezioni di riso che la infestano, scegliere quella già aperta – nel mio caso, un riso integrale del pavese. In una ciotola versare il riso e coprire appena con dell’acqua del rubinetto. Dopo qualche minuto, agitare per bene il riso nell’acqua e quindi travasare il liquido, ormai torbido, in un contenitore – che va lasciato parzialmente aperto.

Il contenitore va lasciato in un posto buio e fresco per 5/8 giorni. Io per ora l’ho messo nel forno, e promettogiuro che non me lo dimenticherò li nel caso in cui volessi replicare, in settimana, le mie ocd’s potatoes.
Appuntamento per il prossimo step verso il 30 ottobre. Nel frattempo, chi volesse approfondire può trovare altre informazioni su bokashi home-made su questo sito (segnalato da Salvatore nei commenti del post di Nicola).
Tags: bokashi, compost, compostaggio, compostiera, riso
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October 21st, 2009
Leggere questo post di Paolo mi ha fatto riconsiderare il tentativo di far radicare un seme di avocado. Avevo sempre visto noccioli tenuti in sospensione da quattro stuzzicadenti e semi-immersi in vasi pieni d’acqua, ma tutto il sistema non mi sembrava particolarmente efficace – e ammettendo che provo un amore morboso nei confronti di questo frutto, l’idea di infilzarlo da ogni lato mi sembrava una tortura indicibile di cui ho giurato che non mi sarei mai macchiata.
Nei commenti al post Paolo mi ha consigliato di interrare direttamente il seme in un vasetto, usando un mix di terriccio e sabbia o pomice, probabilmente per avere un terreno senza ristagni. Io ho fatto un mix del solito terriccio ecologico e una parte di argilla, perché trovare della sabbia in pieno Milano non è così semplice – a meno di avere un cantiere vicino.

Ho lasciato un po’ di polpa attaccata al seme, nella romantica illusione che possa servire da nutrimento materno per la futura piantina (si, a volte sono così emo che mi faccio pena da sola, non serve farmelo notare ;)

e ho interrato nel vasetto della ex salvia.
Lo tengo dentro casa, anche se non è un gran guadagno in termini di temperatura vista la politica che attuo nei confronti del riscaldamento, e per garantire maggiore luce l’ho piazzato di fianco ad una finestra. Bagno ogni giorno, per tenere il terriccio umido.

Se son avocadi germineranno!
Tags: avocado, balcone, milano, orto
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October 17th, 2009
Pochi frutti della terra rendono bene la milanesità così come le verze: esteticamente brutte, troppo grosse per essere aggraziate, ma affascinanti se guardate molto da vicino; puzzolenti sotto la pioggia eppur corroboranti nelle zuppe invernali. D’estate vanno proprio dimenticate.
Ecco allora, complice l’ottobre inoltrato, le verzure con cui è stato inaugurato l’orto sul balcone:

Le piantine da orto hanno la ricorrente caratteristica di essere vendute di sei in sei. Una volta messe a dimora le due privilegiate (suite color terracotta, sottovaso al piano) le altre quattro si son dovute stringere un po’ e accontentarsi dell’ostello cassetta.

Immagino che questo renderà loro impossibile diventare gigantesche, ma stiamo pur sempre parlando di orto su un terrazzino: il doversi arrangiare è all’ordine del giorno :)
Tags: balcone, cassetta, milano, orto, terrazzo, verza
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